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Pensioni e salari bassi: un interessante studio al riguardo

maggio 4, 2008

Su Repubblica.it ho trovato un interessante articolo di Maurizio Ricci, tratto da un recente studio della Bri, sull’evidente spostamento di una significativa quota di Pil dal lavoro dipendente ai profitti, fenomeno che peraltro molti di noi percepiscono molto chiaramente attraverso il vivere quotidiano.

Il drammatico calo del potere d’acquisto di stipendi e pensioni negli ultimi 25 anni non è quindi un semplice pettegolezzo inventato ad arte dai comunisti, ma è purtroppo una tragica realtà che sperimentiamo tutti i giorni allorquando dobbiamo fare i salti mortali per arrivare a fine mese.

L’articolo spiega dettagliatamente questo fenomeno; vale quindi assolutamente la pena di leggerlo:

“Secondo uno studio della Bri è sempre più alta la quota di Pil
che va ai profitti. Dagli anni Ottanta ad oggi salari schiacciati
Il declino globale degli stipendi
in busta 5mila euro in meno l’anno
di MAURIZIO RICCI

Corteo del 1 maggio

ROMA – La lotta di classe? C’è stata e l’hanno stravinta i capitalisti. In Italia e negli altri Paesi industrializzati, gli ultimi 25 anni hanno visto la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale salire a razzo, amputando quella dei salari, e arrivare a livelli impensabili (“insoliti”, preferiscono dire gli economisti). Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, all’apogeo della Prima Repubblica, la quota del prodotto interno lordo italiano, intascata alla voce profitti, era pari al 23,12 per cento.

Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti. Più o meno, la stessa situazione del 1960, prima del “miracolo economico”. L’allargamento della fetta del capitale comincia subito dopo, nel 1985. Ma per il vero salto bisogna aspettare la metà degli anni ’90: i profitti mangiano il 29 per cento della torta nel 1994, oltre il 31 per cento nel 1995. E la fetta dei padroni, grandi e piccoli, non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7 per cento nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34 per cento del Pil, quasi un terzo. Ai lavoratori, quell’anno, è rimasto in tasca poco più del 68 per cento della ricchezza nazionale.
Otto punti in meno, rispetto al 76 per cento di vent’anni prima.

Una cifra enorme, uno scivolamento tettonico. Per capirci, l’8 per cento del Pil di oggi è uguale a 120 miliardi di euro. Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent’anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che dei capitalisti. Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all’anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po’ di qui, un po’ di là. Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più, in busta paga. Altro che il taglio delle aliquote Irpef.

Non è, però, un caso Italia. Il fenomeno investe l’intero mondo sviluppato. In Francia, rileva sempre lo studio della Bri, la fetta dei profitti sulla ricchezza nazionale è passata dal 24 per cento del 1983 al 33 per cento del 2005. Quote identiche per il Giappone. In Spagna dal 27 al 38 per cento. Anche nei paesi anglosassoni, dove il capitale è sempre stato ben remunerato, la quota dei profitti è a record storici. Dice Olivier Blanchard, economista al Mit, che i lavoratori hanno, di fatto, perduto quanto avevano guadagnato nel dopoguerra.

Forse, bisogna andare anche più indietro, al capitalismo selvaggio del primo ‘900: come allora, in fondo, succede poi che il capitalismo troppo grasso di un secolo dopo arriva agli eccessi esplosi con la crisi finanziaria di questi mesi. Ma gli effetti sono, forse, destinati ad essere più profondi. C’è infatti questo smottamento nella redistribuzione delle risorse in Occidente dietro i colpi che sta perdendo la globalizzazione e il risorgere di tendenze protezionistiche: da Barack Obama e Hillary Clinton, fino a Nicolas Sarkozy e Giulio Tremonti.

Sostiene, infatti, Stephen Roach, ex capo economista di una grande banca d’investimenti come Morgan Stanley, che la globalizzazione si sta rivelando come un gioco in cui non è vero che vincono tutti. Secondo la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo, la globalizzazione doveva avvantaggiare i paesi emergenti e i loro lavoratori, grazie al boom delle loro esportazioni.

E quelli dei paesi industrializzati, grazie all’importazione di prodotti a basso costo e alla produzione di prodotti più sofisticati. “E’ una grande teoria – dice Roach – ma non funziona come previsto”.
Ai lavoratori cinesi è andata bene, ma quelli americani ed europei non hanno mai guadagnato così poco, rispetto alla ricchezza nazionale. Sono i capitalisti dei paesi sviluppati che fanno profitti record: pesa l’ingresso nell’economia mondiale di un miliardo e mezzo di lavoratori dei paesi emergenti, che ha quadruplicato la forza lavoro a disposizione del capitalismo globale, multinazionali in testa, riducendo il potere contrattuale dei lavoratori dei paesi sviluppati.

Quanto basta per dirottare verso le casse delle aziende i benefici dei cospicui aumenti di produttività, realizzati in questi anni, lasciandone ai lavoratori le briciole. Inevitabile, secondo Roach, che tutto questo comporti una spinta protezionistica nell’opinione pubblica, a cui i politici si mostrano sempre più sensibili.

Ma il ribaltone nella distribuzione della ricchezza in Occidente è, allora, un effetto della globalizzazione? Non proprio, e non del tutto. Secondo gli economisti del Fmi, nonostante che il boom del commercio mondiale eserciti una influenza sulla nuova ripartizione del Pil, l’elemento motore è, piuttosto, il progresso tecnologico. Su questa scia, Luci Ellis e Kathryn Smith, le autrici dello studio della Bri, osservano che il balzo verso l’alto dei profitti inizia a metà degli anni ’80, prima che le correnti della globalizzazione acquistino forza. Inoltre, l’aumento della forza lavoro disponibile a livello mondiale interessa anzitutto l’industria manifatturiera, ma, osservano, non è qui – e neanche nei servizi alle imprese, l’altro terreno privilegiato dell’offshoring – che si è verificato il maggior scarto dei profitti.

Il meccanismo in funzione, secondo lo studio, è un altro: il progresso tecnologico accelera il ricambio di macchinari, tecniche, organizzazioni, che scavalca sempre più facilmente i lavoratori e le loro competenze, riducendone la forza contrattuale. E’ qui, probabilmente, che la legge di Ricardo, a cui faceva riferimento Roach, si è inceppata. Il meccanismo, avvertono Ellis e Smith, è tutt’altro che esaurito e, probabilmente, continuerà ad allargare il divario fra profitti e salari in Occidente.

Dunque, è la dura legge dell’economia a giustificare il sacrificio dei lavoratori, davanti alla necessità di consentire al capitale di inseguire un progresso tecnologico mozzafiato? Neanche per idea. La crescita dei profitti, sottolinea lo studio della Bri, “non è stato un passaggio necessario per finanziare investimenti extra”. Anzi “gli investimenti sono stati, negli ultimi anni, relativamente scarsi, rispetto ai profitti, in parecchi paesi”. In altre parole “l’aumento della quota dei profitti non è stata la ricompensa per un deprezzamento accelerato del capitale, ma una pura redistribuzione di rendite economiche”. La lotta di classe, appunto.
(3 maggio 2008)”

L’autore del presente articolo afferma giustamente che “la lotta di classe c’è e l’hanno stravinta i capitalisti”.

Tanto per cambiare, aggiungo io…

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Miglioriamo chi sta peggio? No, peggioriamo chi sta meglio…

dicembre 19, 2007

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Da molti anni si riscontra nell’operato dei politici nostrani una singolare tendenza, i cui nefasti effetti sono sotto agli occhi di tutti: la tendenza al “peggiorismo”, stretto parente di lustri di controriforme a senso unico, ossia quasi solo esclusivamente a danno di lavoratori dipendenti e pensionati, i cosiddetti redditi fissi.

In cosa consiste questo singolare approccio alle questioni sociali?

Consiste nell’approcciarsi alle suddette questioni invertendone i termini logici. Una normale persona dotata di una sana e comune logica, quando si imbatte in un problema da risolvere, lo fa in termini migliorativi, ossia cerca di migliorare ciò che risulta carente, non tenta sicuramente di peggiorare il resto!

Anche perchè, altrimenti, che soluzione sarebbe? Meglio in quel caso lasciare le cose come stanno.

L’insana logica su cui si muovono i nostri illustri politicanti sembra essere invece proprio quella sopra descritta: compressione delle dinamiche di stipendi e pensioni, progressivo smantellamento della Pubblica Amministrazione tramite il blocco del turn-over, evidente peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di molte categorie.

Gli insegnanti fanno “la bella vita” (con 1.200 Euro al mese…)? Allora riduciamoli all’osso, non chiamiamo i supplenti accorpando le classi quando qualcuno è assente, facciamoli venire in servizio anche ad agosto (ad osservare le pareti, presumo) e riempiamoli di inutili riunioni pomeridiane, solo per dimostrare che così ora finalmente anche loro non stanno poi così bene.

I dipendenti pubblici sono dei “privilegiati”, beati loro (1.100 Euro al mese in media…)? Ed allora annientiamoli col blocco del turn-over riducendoli al lumicino, in modo tale che oggi un solo lavoratore deve fare ciò che prima facevano in quattro, con le immaginabili conseguenze sui carichi di lavoro, diventati in alcune realtà sovente insostenibili.

A fronte di questo sfacelo, quanti disoccupati o precari ne hanno realmente beneficiato?? Alzino la mano, prego.

La cosa più triste, infatti, è che a questo progressivo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di “chi stava un pochino meglio” non si sono visti, come contropartita, altrettanti miglioramenti di chi invece oggettivamente stava e sta tuttora peggio…

Ed allora il motto continua ad essere: peggioriamo il meglio, ma senza migliorare il peggio!

(Tranne la classe politica, ovviamente).

La precarietà del lavoro è un fenomeno incivile

dicembre 12, 2007

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Il fenomeno della precarietà del lavoro è assolutamente indegno di un paese sedicente civile.

Personalmente appartengo ad una generazione che, sia pur con molte difficoltà, si è salvata da questa drammatica situazione. Che dire però dei giovani (e spesso anche meno giovani) di oggi?

Loro malgrado hanno un orizzonte temporale di pianificazione della loro esistenza sorprendentemente breve: sono infatti costretti a vivere praticamente alla giornata, non avendo le condizioni oggettive per poter guardare troppo oltre.

Trovo questo scippo di futuro veramente riprovevole; checchè ne dica il buon Ministro Padoa Schioppa a proposito dei “bamboccioni”, le condizioni lavorative di questi ragazzi sono tali per cui risulta praticamente impossibile condurre un’esistenza dcorosa e normale, pianificare il futuro, metter su casa e famiglia, fare figli. Non è che non lo vogliono, semplicemente non se lo possono permettere.

Se invece prendiamo il caso dei fortunati figli di famiglie più abbienti, tipo magari la famiglia Padoa Schioppa, allora le prospettive sono ben diverse: studiano presso strutture esclusive (mica alla statale), vanno a vivere da soli (ma con la servitù e casa comprata da papà), iniziano presto a lavorare (leggasi conoscenze giuste). Che bravi ragazzi che sono! Loro sì che sono “indipendenti”, mica come i bamboccioni figli di operai e pensionati che restano a casa (se ce l’hanno) di papà e mammà fino in età matura…e poi loro già lavorano stabilmente, mica vanno a perdere tempo in giro (magari alla ricerca di un lavoro).

Che tempi strani sono questi in cui viviamo: ci troviamo in una società che sembra spesso sovvertire all’esatto opposto i più comuni valori, che diventano all’occorrenza disvalori e viceversa, il tutto a geometria variabile, a seconda delle convenienze del momento.

Bisogna comunque con urgenza restituire ai giovani il loro futuro, che gli è stato indebitamente sottratto da una società divenuta incapace di evolversi.