Le Controriforme

Si nota una preoccupante tendenza in Italia a partire dagli ultimi 20/25 anni ad oggi: quella delle Controriforme.

Se osserviamo la società italiana dell’ultimo quarto di secolo, non possiamo non registrare la costante tendenza dei nostri governanti, a prescindere dal colore politico, di progettare e mettere in atto delle riforme in senso peggiorativo, quindi delle vere e proprie controriforme.

Gli anni del dopoguerra e del boom economico, caratterizzati da un tasso di crescita dell’economia assai più elevato dell’attuale, sono stati quelli in cui i lavoratori, attraverso le lotte sindacali, hanno ottenuto tutta una serie di sacrosanti diritti degni del paese civile e moderno nel quale ci fregiamo di trovarci.

Gli anni ’50, ’60 e ’70 sono stati anni di profondo mutamento della società italiana che si è ampiamente sviluppata ed in cui il conflitto sociale ha portato una serie si sensibili miglioramenti delle condizioni di vita di lavoratori e pensionati mediante l’introduzione di nuovi diritti o il miglioramento di quelli esistenti; erano anni in cui in pratica si concretizzavano le vere riforme, ossia quelle volte a migliorare lo status sociale.

A partire invece dall’inizio degli anni ’80 si è iniziata a verificare una preoccupante inversione di tendenza: è cominciata quindi l’era delle controriforme.

Uno dei primi esempi di questo fenomeno si è avuto nel 1982 con l‘abolizione della scala mobile, quel meccanismo con cui salari e pensioni erano automaticamente agganciati al costo della vita ne seguivano quindi le variazioni in tempo praticamente reale.

Da lì in poi si sono susseguite tutta una serie drammatica di controriforme che hanno di molto indebolito lo status sociale ed economico di lavoratori e pensionati, andando a togliere diritti acquisiti con anni di lotte ed impoverendo di fatto i redditi fissi. Si è andato via via perdendo progressivamente potere d’acquisto, si va in pensione sempre più tardi e con meno soldi, i carichi di lavoro sono aumentati in virtù di scellerate politiche di contenimento della spesa (essenziale) e riduzioni di personale.

Si è erroneamente inseguita la logica del profitto anche nei servizi di utilità sociale come gli ospedali, ad esempio, che scontano per questa ragione intollerabili carenze a vari livelli.

Si sono ridotti in quantità e qualità i servizi sociali essenziali; si è tentato (e spesso riuscito) di privatizzare ciò che non andava assolutamente privatizzato come i servizi di pubblica utilità.

Quello che appare però più drammatico in questo contesto è che si sono perse di vista le vere priorità, ossia i bisogni fondamentali (e costituzionali) dei cittadini: il diritto alla casa, al posto di lavoro, alle cure, a servizi sociali degni di questo nome.

Nell’ottica perversa dell’inseguire a tutti i costi le regole ed i vincoli di bilancio, si sono smarriti i veri punti di riferimento: assicurare a tutti i cittadini le condizioni basilari per una vita civile e dignitosa.

Non voglio con questo affermare che non si debba tenere sotto controllo la spesa pubblica, ma ritengo sia solo una questione di come vengono impiegate queste risorse; in ogni caso non si può mai lesinare su servizi di vitale importanza.

Dopo vent’anni di controriforme, a quando le vere riforme??

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